Cerca
Home > Politica > “Ecco perchè resto nel Pd”

“Ecco perchè resto nel Pd”

Non vado via dal Pd.
E’ il mio partito, è la mia casa politica. Certo in difficoltà. Ma nei momenti di difficoltà si aiuta la “ditta”, non si fonda un’altra “ditta” concorrente.
Questa è l’unica, ma anche sostanziale differenza, che mi divide da coloro che hanno deciso di lasciare il Pd. Anche se le ragioni di chi pensa di andare via non sono banali.

Non è la data del congresso, come si vuole far credere. No, non è una questione burocratica. Ma riguarda come si dirige una comunità, come ci si confronta, come si declinano le politiche di governo per una forza riformista, come si aggiorna il manifesto fondativo del Pd.
Questo è lo scontro/confronto politico. Tutto il resto è banalizzazione.

La responsabilità primaria di chi se sta andando dal Pd è di Renzi. Toccava a lui, tenere unito il Pd. Toccava a lui, anche solo per un giorno, mettere da parte le ragioni e i torti dei due schieramenti, e indicare una via d’uscita condivisa. E invece, ancora una volta, Renzi non è riuscito ad andare oltre se stesso.

Il Pd non è morto. Quel progetto politico non è morto. L’Italia e l’Europa hanno bisogno del Pd per le politiche riformiste del Partito Socialista Europeo.

Il Pd deve essere rifondato, partendo dal lingotto ma andando oltre il Lingotto.

“Yes we can” “si può fare”. Era lo slogan del 2008. Era di Obama. Dopo 8 anni di Obama ora negli Stati Uniti c’è Trump. Questo continuo sguardo al passato come intento di fare un salto nel futuro è solo suggestione senza analisi. Andare oltre il Lingotto invece comporta analisi e proposta.

Il Pd deve rivedere il manifesto dei valori del 2008 in alcuni parti come la vocazione maggioritaria e il bipolarismo. E soprattutto ridefinire il campo di discussione dei temi fondamentali come il lavoro, la scuola, il welfare o il federalismo.

Sarò una minoranza? Possibile. Ma con la convinzione che passata la sbornia di un uomo solo al comando si ritornerà al valore del collettivo. Che non significa che non si decide. Tutt’altro. Ma ci si confronta nel merito e senza raccontare ciò che non esiste. Già ci si confronta e possibilmente dal confronto si esce con una proposta migliore. Invece in questi anni le riunioni si concludevano come erano state introdotte. A prescindere da chi interveniva e che proposte faceva. L’importante era il racconto (storytelling).

Racconti di un Paese migliore mentre aumenta il divario tra ricchi e meno ricchi o poveri.

Racconti come siamo bravi mentre una parte, importante, dei nostri elettori non ci vota più perché delusi dalle nostre scelte. Lavoro, scuola, inclusione sociale, riforme.

Racconti sulle città che governiamo (con in particolare alcuni Sindaci) che sembrano le migliori d’Europa mentre l’economia batte in testa. Racconto su come governiamo alcune Regioni.

Racconti di chi dice il Pd non è nato per contenere in forma di correnti categorie del passato. Poi chi lo dice si dimentica di raccontare che le correnti le ha passate tutte. Prima D’Alema, poi Veltroni, poi Bersani e poi Renzi. Almeno il buon gusto di non fare prediche.

Racconti di chi dice Renzi va bene ma “servono dirigenti più autorevoli”. Chi lo dice si dimentica di essere uno dei dirigenti di primo piano del Pd nazionale e regionale.

Ma soprattutto l’idea che prima di Renzi il Pd era al medio evo. Quasi un nuovo calendario. Non prima e dopo Cristo ma prima e dopo Renzi. Ovviamente questo del calendario viene declinata anche sui territori.

Non scherziamo.

Rimango nel Pd perchè in futuro ci aspetta un lavoro di inclusione e non di esclusione. Inclusioni per i tanti che ci hanno lasciato e chi sta abbandonando il Pd in questi giorni. Tanti, tra cui molti amici, compagni di battaglie politiche, di cultura di governo. Mi piace pensare che questa separazione sia solo temporanea.

Non esco dal Pd perché gli uomini passano, la comunità rimane insieme agli ideali ed i valori.

Ultimi Articoli

Scroll Up