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Se a Pennabilli non si può prenotare l’unico viaggio che non possiamo disdire

Ormai siamo abituati a prenotare tutto, dall’hotel delle vacanze ai biglietti per i concerti passando per il tavolo al ristorante e i libri scolastici. Prenotiamo anche cose meno gradevoli, come le visite e gli esami diagnostici.

Quel che proprio non riusciamo a prenotare è l’alloggio dove riposeremo al termine dell’unico viaggio che nessuno di noi potrà mai disdire. E siccome, in un’epoca di invecchiamento della popolazione, i posti in questo particolare settore dell’ospitalità vanno via come il pane, si creano situazioni come quella in corso a Pennabilli, dove nei cimiteri non si trova quasi più un posto libero.

Dalla pagina Facebook del comune il sindaco continua a invitare i cittadini a farsi vivi (finché possono) per «fermare» i pochi posti-bara rimasti o chiederne di nuovi, in modo da creare una domanda sufficiente da giustificare la costruzione di nuovi loculi.

Ma, a quanto pare, l’appello cade nel vuoto. Nessuno ha voglia di predisporre da vivo la sua ultima sistemazione, per assicurarsi di poter dormire il sonno eterno vicino ai membri defunti della sua famiglia, e anche di non complicare troppo la vita ai membri viventi.

Che, quando il triste momento arriverà, il più tardi possibile, dovranno asciugarsi in fretta le lacrime e affannarsi a trovare per il proprio un posto in qualche camposanto, col rischio di non trovarne e, in attesa che si liberi un posto, far fare anticamera al caro estinto in uno squallido frigorifero nella camera mortuaria.

E se pure questa è piena, come può capitare, potrebbero addirittura essere costretti a conservarlo a domicilio nella bara sigillata, com’è successo tempo fa a una famiglia di Palermo. Peraltro, pare che queste brave persone non fossero troppo scontente di avere papà ancora per casa per qualche giorno, sia pure inscatolato, ma è un tipo di attaccamento che non si incontra tutti i giorni, anche se una cassa da morto in noce dà un tocco signorile al salotto e può fungere da tavolo da pranzo in occasioni particolari, tipo Halloween oppure una festa a tema Rocky Horror Picture Show.

I pennesi dovrebbero rifletterci su, mettendo la parte la superstizione, oppure scegliendo la superstizione giusta: pensare per tempo al proprio loculo non attira la sfiga, anzi, allunga la vita, come quando si sogna di morire.  E comunque è un modo per restare vivi anche «dopo», scegliendo cosa si vuole che gli altri vedano, quando passeranno davanti alla nostra ultima dimora: quale iscrizione, quale foto, quale vaso da fiori.

Così facevano gli antichi, che con la morte avevano un rapporto molto più confidenziale di noi: la memoria che si lasciava di sé ai vivi era troppo importante per lasciarla gestire ad altri, in genere desiderosi solo di chiudere la pratica contenendo i costi e di tornare a pensare agli affari propri.

Mentre noi possiamo già godere un po’ di narcisismo postumo inventando un epitaffio che possa renderci indimenticabili, anzi, che renda la nostra tomba famosa e fotografata. Non sarà facile raggiungere l’originalità di Walter Chiari, che sulla sua lapide fece scrivere «Non piangete, è solo sonno arretrato», o di Aldo Fabrizi, «Tolto da questo mondo troppo al dente», o dell’epigrafe di anonimo ateo inglese: «Che peccato. Vestito di tutto punto, e nessun posto dove andare». Personalmente adotterei, citando la fonte, l’autoepitaffio che Vivian74 ha postato su Twitter: «Grazie a tutti ma ho risolto».

Lia Celi 

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