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7 aprile 1944 – La strage di Fragheto

Il 7 aprile 1944 a Fragheto, frazione del comune di Casteldelci, vennero trucidate dai nazifascisti 45 persone: 30 abitanti e 15 partigiani catturati nella zona nel corso degli scontri con la Brigata Garibaldi Romagnola.

Al Comune di Casteldelci è stata conferita la Medaglia d’argento al merito civile, con la seguente motivazione:

«Piccolo centro, durante l’ultimo conflitto mondiale, avendo fornito momentanea ospitalità ad un gruppo di partigiani, veniva sottoposto ad una feroce e cieca rappresaglia da parte delle truppe tedesche, che trucidarono trenta suoi cittadini, in maggioranza anziani, donne e bambini e distrussero l’intero abitato. 7 aprile 1944 – Casteldelci – Fraz. Fragheto (PS)»

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A ricordo della strage sono state costituite due associazioni di volontariato: “Casa Fragheto” nel 2000 a Fragheto e “Il Borgo della Pace” nel 2003 a Novafeltria.

Nei primi giorni di aprile del 1944, nell’ambito dell’operazione di rastrellamento che portò alla temporanea disgregazione della Brigata Garibaldi Romagnola, il comando partigiano venne informato che ingenti forze nazifasciste avevano cominciato rastrellamenti massicci nella zona tra il monte Fumaiolo e Casteldelci.

Il 2 aprile cinque distaccamenti dell’Ottava Brigata Garibaldi avevano occupato Sant’Agata Feltria, dove i presidi dei militi repubblichini, dei carabinieri e delle forze di polizia erano stati disarmati. Furono catturati 42 uomini tra sottufficiali e carabinieri del fascio locale che vennero spogliati di armi, vestiario e denaro. I dirigenti fascisti di Pennabilli chiesero allora ai comandi di Predappio un’azione di rastrellamento contro i partigiani. Si parlò di oltre 1000 soldati tedeschi e 200 militi della Guardia Nazionale Repubblicana.

Durante l’operazione di sganciamento, la 1ª Compagnia comandata da Alberto Bardi (Falco), la meglio armata e più agguerrita dell’intera Brigata, si fermò a riposare la notte del 6 aprile a Fragheto. La mattina successiva le vedette partigiane avvisarono che truppe tedesche si stavano avvicinando al paese; i partigiani per ritardare l’avanzata e dare tempo alle altre formazioni di allontanarsi, decisero di affrontare il nemico. Risalirono le alture circostanti in località Calanco e, giunti in posizione favorevole, attaccarono di sorpresa i reparti tedeschi.

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Nello scontro a fuoco morirono numerosi tedeschi e tre partigiani. Dopo l’assalto i partigiani continuarono la loro azione di ripiegamento, che qualche giorno dopo si concluderà con il definitivo scioglimento della Compagnia.

Nelle ore successive del 7 aprile, quattordici soldati tedeschi dello Sturmbattaillon OB Sudwest coinvolto nello scontro, giunti nella frazione, entrarono in molte case e uccisero uno dopo l’altro 30 persone, sterminando intere famiglie: su 75 abitanti del paese furono uccisi 15 donne, 7 bambini, 6 vecchi e 2 giovani.

I giovani e gli uomini del borgo si erano in precedenza nascosti nelle vicinanze, perché avvisati dai partigiani di un’imminente incursione nazista e, forse sottovalutando i tedeschi, avevano pensato che nulla sarebbe stato fatto a donne, bambini e vecchi. E che solo gli uomini in età di leva sarebbero potuti diventare oggetto di rappresaglie in quanto possibili partigiani.

Sempre a Fragheto, durante la medesima operazione militare, i tedeschi uccisero 5 partigiani catturati nei giorni precedenti.

Altri 8 giovani, partigiani o renitenti alla leva repubblichina, furono fucilati dai fascisti lungo la strada durante lo spostamento verso Casteldelci, nel luogo ora denominato “Ponte degli 8 Martiri”.

Gli otto giovani erano stati catturati a Capanne dai tedeschi, che intendevano trasferirli da prigionieri in Germania. Ma  gli italiani, fra cui il commissario prefettizio di Pennabilli Flaminio Mainardi, reclamarono la loro condanna a morte. 

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I fucilati di Ponte Carattoni

L’eccidio di Fragheto, nelle testimonianze della popolazione e dei partigiani, costituisce un esempio di memoria divisa tra il ricordo dei partigiani e quello della popolazione. Due memorie che solo dopo molto anni riuscirono a ricongiungersi.

Nel paese c’era chi tendeva a riversare la responsabilità della strage sui partigiani. Responsabilità non diretta, certo; ma il giorno precedente alla strage erano venuti a Fragheto e vi si erano fermati, per proseguire il giorno successivo verso la battaglia, incuranti delle barbare ritorsioni su vittime innocenti che, essi sapevano o avrebbero dovuto sapere, sarebbe stata perpetrata dai nazifascisti su chi, volente o nolente, li aveva accolti. E poi, perché loro, “quattro gatti”, avevano voluto attaccare un intero esercito proprio lì?

I partigiani invece la vedevano così: erano stati obbligati a fermarsi e a combattere nonostante l’inferiorità delle proprie forze rispetto ai tedeschi che li inseguivano. E allora avevano deciso di attaccare per primi sulle alture, in un luogo scelto di proposito lontano dal paese. Sapevano che chi di loro fosse caduto nelle mani del nemico non avrebbe avuto scampo. E se la sarebbero vista brutta, come ovunque, tutti quelli della loro età che fossero stati trovati da quelle parti. Ma in quel povero paese c’erano rimasti solo vecchi, donne e bambini. Come potevano immaginare che la rappresaglia di sarebbe scatenata su quegli inermi?

Solo dopo moltissimi anni, nel 1980, le due memorie si incontrarono. Avvenne quando Florestano Vancini girò il film-documentario “Fragheto, una strage: perché?“, intervistando tutti i superstiti di quei giorni e facendoli parlare assieme. Un incontro anche crudele, ma rivelatore per tutti i protagonisti. E l’inizio della riscoperta di una strage dimenticata, come tante altre.

L’episodio, nelle modalità in cui si svolse, si allinea ad altri eccidi simili perpetrati durante la guerra sulla dorsale appenninica dalle truppe tedesche e da quelle della Repubblica Sociale Italiana. Tavolicci, Civitella in Val di Chiana e Sant’Anna di Stazzema sono i luoghi divenuto tristemente celebri per altrettante stragi di innocenti.

Nel dopoguerra fu avviato un processo a carico degli autori dell’eccidio di Fragheto, ma venne interrotto nella fase istruttoria e i relativi incartamenti confluirono nel gruppo di fascicoli sepolti per decenni nel poi famigerato “armadio della vergogna”. Tutti quei procedimenti coinvolgevano cittadini tedeschi: cioè di un Paese di nuovo ferreo alleato dell’Italia, ma ora entrambi in posizione subalterna nei nuovi equilibri atlantici.

Nel 2006  la Procura Militare di La Spezia riaprì il caso. Nel 2008 il fascicolo passò alla Procura Militare di Verona a seguito della soppressione della Procura spezzina. Nel 2011 iniziò il processo in contumacia a carico dei tre unici ufficiali tedeschi appartenenti della IV Compagnia armi d’accompagnamento responsabile della strage ancora viventi: Karl Shaefer (100 anni), Karl Weis (91 anni) e Ernst Plege (89 anni).

I tre furono rinviati a giudizio con l’imputazione di omicidio plurimo aggravato da futili motivi: si costituirono parti civili il Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, la Provincia di Pesaro e Urbino, la Regione Emilia Romagna, la Provincia di Rimini, l’ANPI nazionale e nove parenti delle vittime.

Il 7 febbraio 2013 il Tribunale Militare di Verona in assenza di prove certe assolse due imputati; nessun verdetto fu possibile emettere sul terzo imputato, che agli atti era apparso quello con maggiori responsabilità per l’eccidio, in quanto l’ex tenente di complemento Karl Shaefer, comandante della IV Begleitarmee Gesellschaft, Strumbataillon OB Sudwest, 356 Infanterie Division della Wehrmacht  era deceduto nel corso del processo.

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